“I bambini hanno bisogno di modelli più che di critici.”
- Joseph Joubert
Il pomeriggio scorso, senza alcuna attività programmata, io e Alessandro ci siamo ritrovati seduti in giardino con un mazzo di carte, senza un piano preciso su cosa giocare. Abbiamo inventato, quasi per caso, un gioco improvvisato con regole nostre, modificate man mano che procedevamo, ridendo per gli errori altrettanto quanto per le vittorie.
Durante quella partita senza senso apparente, senza alcun obiettivo educativo dichiarato, Alessandro mi ha raccontato spontaneamente una difficoltà che stava vivendo con un compagno di classe, una conversazione che non era mai emersa con altrettanta naturalezza durante le nostre uscite più strutturate, i pranzi organizzati, o persino le conversazioni dirette in cui gli chiedevo esplicitamente come stesse andando la scuola.
Questa esperienza, che si ripete con sorprendente regolarità nella mia vita di genitore, tocca un principio spesso trascurato nella cultura contemporanea della genitorialità, sempre più orientata verso attività strutturate, corsi extrascolastici pianificati con cura, e un’ottimizzazione quasi manageriale del tempo dedicato ai figli: il valore specifico e insostituibile del tempo non strutturato, quello privo di un obiettivo dichiarato, di un’attività organizzata, di un fine educativo esplicito.
La ricerca in psicologia dello sviluppo suggerisce che sia proprio in questi spazi apparentemente vuoti, e non nelle attività accuratamente pianificate, che si costruisce gran parte della connessione autentica e della crescita reciproca tra genitori e figli.


